Genovesi e gatti. Storia di un amore

Razza mugugnona per definizione e poco incline a smancerie, i Genovesi hanno sempre mostrato
una spiccata simpatia per i gatti. Remo Borzini li definiva la «presenza soffice, misteriosa
ed irreale» di Genova, indispensabile a una città con un grande porto, stretti vicoli e piena
di tanta bella rumenta attrattrice di topi. I gatti erano apprezzati perché non erano dei
mangiapane ad ufo, ma si guadagnavano vitto e alloggio lavorando dignitosamente; una legge
della Repubblica li assumeva in pianta stabile negli archivi di Stato per salvaguardare dai
sorci la carta dei documenti; come stipendio cibo, cure mediche, protezione e caldi posti in
cui dormire. E persino il rude ammiraglio Andrea Doriavolle essere ritratto assieme al suo
gatto. Da bravo uomo di mare, sapeva che «chi alleva de gatti no alleva de ratti». Lo stesso
Cristoforo Colombo volle su ognuna delle 3 Caravelle due gatti, maschio e femmina. Inoltre,
ai capitoli 65 e 66 dell'antico testo di leggi del Consolato del Mare (tradizione giuridico
marittima del Mediterraneo, in uso sin dal XIV sec.) stava scritto che ogni Comandante di
Bordo aveva il dovere di procurarsi gatti, affinché i topi non danneggiassero il carico.
Veniva anche precisato che se il "sinistro" fosse avvenuto in navigazione e si fosse provato
che i gatti non erano stati imbarcati, il Comandante non solo doveva risarcire personalmente
tutto il carico rovinato, ma anche finir sotto processo per gravissima "Colpa Nautica".
Una volta a bordo, i gatti venivano affidati ad un nostromo in seconda detto u penéise, il
pennese, il quale doveva tenerli calmi in caso di tempesta ed evitare che cadessero in mare;
badare che avessero la loro razione di cibo, premiarli ogni volta che prendevano un topo,
occuparsi della loro salute e, ogni volta che si arrivava ad un porto, chiuderli in un posto
sicuro onde evitare che scappassero. Doveva essere un vero spettacolo vedere il pennese, prima
di ogni attracco, lanciarsi all'inseguimento di una ciurma di gatti che s'infilavano nei pertugi
della coffa, si nascondevano sotto pile di cime o s'arrampicavano in cima agli alberi del veliero.
Mitì Vigliero
(da Libero di martedì 2 ottobre 2007)
