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11/10/2008
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Micio Blu Articoli ---

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Genovesi e gatti. Storia di un amore

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Razza mugugnona per definizione e poco incline a smancerie, i Genovesi hanno sempre mostrato una spiccata simpatia per i gatti. Remo Borzini li definiva la «presenza soffice, misteriosa ed irreale» di Genova, indispensabile a una città con un grande porto, stretti vicoli e piena di tanta bella rumenta attrattrice di topi. I gatti erano apprezzati perché non erano dei mangiapane ad ufo, ma si guadagnavano vitto e alloggio lavorando dignitosamente; una legge della Repubblica li assumeva in pianta stabile negli archivi di Stato per salvaguardare dai sorci la carta dei documenti; come stipendio cibo, cure mediche, protezione e caldi posti in cui dormire. E persino il rude ammiraglio Andrea Doriavolle essere ritratto assieme al suo gatto. Da bravo uomo di mare, sapeva che «chi alleva de gatti no alleva de ratti». Lo stesso Cristoforo Colombo volle su ognuna delle 3 Caravelle due gatti, maschio e femmina. Inoltre, ai capitoli 65 e 66 dell'antico testo di leggi del Consolato del Mare (tradizione giuridico marittima del Mediterraneo, in uso sin dal XIV sec.) stava scritto che ogni Comandante di Bordo aveva il dovere di procurarsi gatti, affinché i topi non danneggiassero il carico. Veniva anche precisato che se il "sinistro" fosse avvenuto in navigazione e si fosse provato che i gatti non erano stati imbarcati, il Comandante non solo doveva risarcire personalmente tutto il carico rovinato, ma anche finir sotto processo per gravissima "Colpa Nautica".
Una volta a bordo, i gatti venivano affidati ad un nostromo in seconda detto u penéise, il pennese, il quale doveva tenerli calmi in caso di tempesta ed evitare che cadessero in mare; badare che avessero la loro razione di cibo, premiarli ogni volta che prendevano un topo, occuparsi della loro salute e, ogni volta che si arrivava ad un porto, chiuderli in un posto sicuro onde evitare che scappassero. Doveva essere un vero spettacolo vedere il pennese, prima di ogni attracco, lanciarsi all'inseguimento di una ciurma di gatti che s'infilavano nei pertugi della coffa, si nascondevano sotto pile di cime o s'arrampicavano in cima agli alberi del veliero.

Mitì Vigliero
(da Libero di martedì 2 ottobre 2007)

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